
eravamo tanti
chi si ricorda piĂš


Era tutto coltivato, era un giardino. Noi lĂŹ stavamo, in fratellanza con quei pochi animali che câerano. Una terra buona, rossiccia, eppure non era sufficiente.
Lâasino girava lento attorno al menhir dellâaia e a furia di girare lasciò il segno, nellâimmaginario di chi câera, il ricordo di una ruota che non si fermava mai.
il menhir dellâaia
Frantoio e Latte Materno

lu paese nostro se chiama necessitĂ
Foto: locandina di Romano Sambati per lo spettacolo di Marcello Sambati, 1975
programma di sala, oggetti di scena, script di Marcello Sambati, 1975

lâasino

Lâasino
Non guarda lâuomo, non lo vede nemmeno; ma il suo occhio è umido, fisso in un vuoto incognito, sensibile alla presenza umana, la mia, di cui sembra attendere le mosse. Solo la coda si agita frustando implacabilmente lâaria tenendo a distanza sciami di mosche che ronzano senza posa.
Lâuomo abbraccia la testa dellâasino; un contatto ruvido e forte, un calore, unâaffezione cancella lo spazio tra i due esseri, si trasfonde da specie a specie in una magnifica empatia, con una fratellanza rara, misteriosa, preziosa.
Lâanima dellâuomo è scossa. E lâaltro, lâasino, scuote la testa, la scosta come a distrarsi da un possibile pensiero, a scacciare, respingere, tenere a distanza una possibile forma di pensiero. Ma ecco che accosta la sua alla testa dellâuomo, lo sfiora, lo tocca. E lâuomo, lui si contagiato, non pensa nessun pensiero.
(da I racconti di Malecore di Marcello Sambati)
Foto: cava dietro Maria Quarta dalle parti di Malecore





