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Antonio Scupola, La piazza di San Vito in Lequile

tutti a assistere a sti lavori
mai viste cose del genere

Poi abbatterono i grandi alberi per far passare i camion, e si industriò la Chianca. La grande tribù lasciò la campagna per entrare in un’altra epoca, in paese. Alla Chianca rimase solo la casa, e il ricordo di chi vive. Fu un esodo, nel moderno, senza più storia.

la camiceria di Giuliana

“la mamma già cuciva, quindi noi pure cucivamo”

Foto: Macchina da cucire Singer appartenuta a mamma Maria, anni ’30.

Giuliana nella sua camiceria a fine giornata, estate 2020

“ormai siamo abituate al rumore delle macchine,
il silenzio ci fa male”

Lequile

da Amilcare Foscarini, LEQUILE Pagine sparse di storia cittadina, Congedo Editore, Galatina 1976

muro in Largo Castello, Lequile, 2020

Il teatro di Marcello Sambati

entrammo nel moderno

L’esodo

Esodo
Ricordo che fu d’estate. Stretti e annodati i cordami, carico dei nostri cuori il Camion si mosse lento, pesante. Trasbordavano ante di armadi e brande. Schierata e piantata lĂ , dov’era nata, la tribĂš. Intorno l’orchestra arborea mossa dal vento maestro agitò i rami dei pini, i giganti guardiani della casa, dolcemente.

Non cogliemmo frutti quell’estate, non conservammo semi per altre stagioni. La primogenita, Giovanna, piangeva desolata. Tore il vecchio patriarca detronizzato da sempre, lento seguiva arrancando col bastone. E noi, gli ultimi nati di una numerosa prole, eccitati, entrammo nel Moderno. Senza più storia.

La storia si fermò là, nella palude e nella casa, smateriata, dispersa in tutta la contrada. La storia degli ardori, dei rossori, degli sguardi di porpora e brace.

Calarono le ombre come un mantello sulle cose. Sul focolare, gli stati d’animo, le condizioni. Sul magro pane dei nati e dei cresciuti. Anoressie oramai, chiarori lunari sui giovani rami, illuminanti affioramenti d’acque.

Si frastagliarono lucenti come polvere di vetro le storie nostre, i posti segreti e nascosti, le tane abbandonate, patrie perdute. Nella farmacia del Moderno che ogni affanno può curare e sopire, non trovammo farmaco per quell’insania.

(da I racconti di Malecore di Marcello Sambati)